Poco prima di mezzogiorno squilla il telefono della mia cabina. E' Gary, il chief scientist: "Hey if you'd like, you may fly out to fetch your bags to Sachs Harbour... Be on the helipad at 3.30. Dress warmly! Clic". Non mi faccio pregare. Sono giorni che giro intorno all'hangar del Bell 212, l'affascinante "Twin Huey" bianco rosso e blu con gli stemmi della guardiacostiera canadese, come un bambino. E pure andare a prendere le mie valigie che British Airways ha lasciato a Londra più di una settimana fa non mi fa schifo (chissà cosa c'è dentro... dopo una settimana me lo sono scordato). Un invito a nozze insomma... Non fosse che arrivati a Sachs Harbour, un vero avamposto della civiltà e l'unica comunità dell'Isola di Banks, dove vivono circa 200 Inuvialuit, c'è la sopresa. Anzi non c'è, nel senso che le mie "bags" non ci sono. Il volo però è valso il viaggio. Ho finalmente visto dall'alto, ma da vicino, la spettacolare rete di "leads" i canali che attraversano la banchisa e si aprono e si chiudono a seconda dei venti. Uno spettacolo surreale perché l'acqua, con temperature appena superiori ai -2°C emana veri e propri vapori a contatto con l'aria a 30 sottozero. E l'elicottero è perfetto per queste osservazioni perché si vola bassi, ad appena qualche centinaio di metri d'altezza. Finalmente vedo dal vivo, e meglio che dal ponte della nave, la vera estensione di questo ecosistema particolarissimo che è l'obbiettivo della missione CFL dell'Amundsen. Domani alle 9:00 salpiamo proprio per andare a rilevarli da vicino. Uno studio che non ha precedenti nell'Artico e che ha costretto scienziati ed equipaggio a svernare in navigazione, invece che incagliati volontariamente nel ghiaccio della banchisa costiera come vuole la tradizione degli esploratori artici.
Mentre decolliamo sobbalzando dal ponte di poppa ripenso alle parole del capitano: "Siamo l'unica nave in navigazione nel mare Artico. A parte i rompighiaccio nucleari russi, che possono tagliare anche lastre di tre-quattro metri di spessore, ma quelli sono dall'altra parte del Polo". Sbircio il Gps... meglio ricordarsi dove è l'Amundsen... non si sa mai.
In queste zone, volare è un'esperienza particolare, mi spiega una volta in volo Mike McNulty, che insieme a Claude Marchand pilota lo Huey. Anche i piloti più esperti, e loro sono entrambi istruttori, devono volare in coppia, uno per gli strumenti e uno alla cloche, perché non si può navigare a vista e tutto diventa strumentale, come se si andasse di notte. Il bianco confonde e i banchi di cristalli di ghiaccio e nebbia sono numerosissimi. E a 100 nodi di velocità, circa 180 all'ora per finire fuorirotta di miglia bastano pochi minuti. Il rischio non è tanto di andare a sbattere, ma dover atterrare sul ghiaccio e aspettare i soccorsi. Magari per ore. A 30 sotto zero. Not fun...
Naturalmente il volo va benissimo e poco dopo le 17:30 ci poggiamo dolcemente di nuovo di fronte al nostro hangar. Senza le mie valigie, con quelle di Brent, il fortunato che stasera spero mi offra da bere (il bar è aperto solo nei giorni pari...), ma con due scatole di carne di Muskox, il bisonte locale, considerato una leccornia dagli Inuvialuit. A proposito, Frederic, il mungitore di CO2 di qualche post fa, è caduto in acqua mentre faceva un prelievo sul ghiaccio appena formato e troppo sottile. Il bilancio è di un ricercatore infreddolito e un carotaghiaccio (l'aggeggio che serve per carotare appunto...) in fondo all'oceano. Insomma, è andata bene, anche se qualcuno ha fatto notare che di ricercatori ne abbiamo almeno quaranta a bordo e di sparacarote solo due... Anzi adesso uno.
"Lots of stuff... but not your bags... sorry man"
Un fiume di vapore in mezzo al ghiaccio. E' un lead nel quale anche l'Amundsen con i suoi 100 metro di lunghezza, potrebbe passare facilmente.
Commenti